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Omar Calabrese


Premessa

 

Mi fa piacere presentare il lavoro di Federico Pacini perché lo trovo consonante con almeno tre temi che interessano chiunque si occupi di linguaggio della fotografia. Li elencherò brevemente in questo modo: la questione del “colore”; il problema dell’inquadratura; la dimensione del tempo.

Cominciamo con il colore. La fotografia, oggi, possiede una grande gamma cromatica, che la rendono apparentemente un’“impronta” o un “rispecchiamento” della realtà circostante. Agli inizi della sua storia, però, il colore non esisteva, e l’aderenza al vero costituiva un impaccio teorico. Il mondo è colorato, ma la foto lo “traduceva” in un sistema di bianco, nero e grigi. La riprova di questo esercizio è fornita dal fatto che gli artisti coloravano le fotografie, per omologarle alla pittura, arte regina della rappresentazione del mondo. In altre parole: occorreva una trasformazione culturale delle conoscenze correnti, per far sì che venisse accettata la coerenza della nuova tecnica con la raffigurazione del mondo. D’altronde, è altrettanto noto che culture diverse dalla nostra, ad esempio quelle primitive, non riconoscevano come “realistiche” le fotografie, attestando così la natura convenzionale di questa pratica comunicativa. Ebbene, a questo punto possiamo notare che Pacini preferisce lavorare per l’appunto col bianco e nero. Un ritorno al passato? Un vezzo snobistico (Roland Barthes, su questa strada, ebbe a notare che secondo lui la vera fotografia è soltanto in bianco e nero)? A mio parere, c’è di più. Pacini vuole semplicemente segnalare che la fotografia è un linguaggio, e sperimenta la “tavolozza” dei grigi per ottenerne soluzioni sofisticate, spesso anche fortemente poetiche. Compie il tragitto inverso rispetto a quello delle origini: così come allora si voleva indicare che la foto è parente della pittura, vuole sottolineare che la foto “pittorica” (quella a colori) rimane parente della foto vera e propria, quella acromatica.

Passiamo adesso all’inquadratura. Si noterà che Pacini si esercita – soprattutto nei ritratti, ma anche nello still-life e nel paesaggio – nella deviazione dall’inquadratura canonica (soggetto centrato, ricerca di quinte laterali). I soggetti risultano, così, spesso tagliati, spostati, decentrati. Siamo ancora una volta di fronte a una riflessione teorica. Infatti, l’inquadratura che abbiamo appena definito come “canonica” trae origine dal linguaggio della pittura, perché segue le leggi della prospettiva geometrica, che appunto aveva gettato le basi di un vero e proprio canone della visione. Nell’intento di riprodurre il meccanismo della vista (l’obiettivo come prolungamento dell’occhio), la prospettiva aveva trattato l’emittente del messaggio come una protesi dell’atto percettivo fisico, e l’inquadratura centralizzata funzionava come un enunciato in cui le “cose” parlano da sole, quasi che l’emittente non esista. Ma noi non vediamo affatto così. I nostri sguardi sul mondo sono spesso laterali, di soppiatto, di nascosto. I nostri sguardi stabiliscono magari delle relazioni enunciative con ciò che viene rappresentato. Ecco, dunque, che le anomalie di Pacini in molte inquadrature assumono il valore di una sottolineatura: e cioè che è il fotografo colui che trasmette un’esperienza percettiva, e non sono le “cose” a rappresentarsi quasi da sole. Il fotografo è il vero soggetto (attivo) della rappresentazione.

Infine, il tempo. Oggi la fotografia, grazie alla capacità tecnica di mutare l’esposizione, è capace di restituire una durata delle azioni rappresentate assai vasta: dall’istante (che appunto crea l’”istantanea”) alla durata intemporale, totalmente continua. Anche in questo caso, alle origini non esisteva questa possibilità, e il tempo della posa era molto lungo (vi ricordate la frase tipica che sentivamo da ragazzi: “fermo, non muoverti”, poiché altrimenti il risultato era una foto “mossa”?). In certe fotografie, Pacini esplora le nuove dimensioni della temporalità offerte dal miglioramento tecnico, e le porta al limite massimo. L’istantanea: si giunge a scavare fino nell’impercettibile, ad esempio con gli esercizi che riguardano il velocissimo movimento dell’acqua. L’intemporale: si offre il sentimento della durata con l’evanescenza di certi paesaggi, o con i sistemi di ombreggiatura di numerosi ritratti.

In conclusione, mi pare che si possa affermare che Pacini è un artista assai interessante proprio perché esplora la natura linguistica del suo mezzo espressivo con gli strumenti di questo stesso mezzo, e non con le parole per teorizzarlo. Operazione complessa: la tradizione vuole che la riflessione astratta sui fenomeni (la loro descrizione scientifica, il loro metalinguaggio) possa essere eseguito soltanto per il tramite della lingua. Come si vede, non è così. Pacini tenta di proporci, ad un tempo, lavori ad alto contenuto estetico che sono anche una sorta di “saggistica” sulla fotografia.

 

Omar Calabrese