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Luca Quattrocchi


Le fotografie di Federico Pacini

 

Le immagini che accompagnano i testi di questo numero di TCR sono del fotografo toscano Federico Pacini: a tutta prima appaiono come ritagli casuali di una quotidianità modesta, quasi dimessa. Ma non intendono celebrare la bellezza della banalità (e tanto meno la banalità della bellezza): sono semplicemente la registrazione di una banalità che esiste e che non possiamo cancellare con un atto di volontà; una banalità che appartiene tanto a noi come persone che al nostro orizzonte visivo.

Lo sguardo di Pacini, che si riallaccia alla grande lezione di maestri come Steven Shore e Martin Parr, non è freddo né di condanna: è quello di un occhio apparentemente distratto e flâneur ma in realtà vigile, empaticamente partecipe. Soprattutto quando si rivolge a tutto ciò che è negletto, rifiutato, abbandonato: come nelle bellissime fotografie che ritraggono l’ex ospedale psichiatrico di Volterra, tra Pisa e Siena.

Gli spazi e le cose non dimenticano; nello stratificarsi del loro vissuto, ma anche nella flagranza del loro presente, si leggono le nostre storie, perché spazi e cose sono la nostra immagine, da noi costruita. Le cose raccontano, come i testi raccolti in questo numero di TCR: ma con un altro linguaggio, un linguaggio eloquente fatto di parole mute.

 

Luca Quattrocchi